Parchi di una sola Terra

 

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I parchi sono da tempo la sua passione, il suo lavoro. Il suo obiettivo e il suo veicolo di comunicazione. La Terra è il suo valore. “Parchi di una sola Terra” si presenta come una “guida ragionata alla natura, alle idee, ai saperi e ai sapori dei parchi nazionali italiani”, ed è il libro scritto da Nino Martino – presidente dell’Associazione Italiana Direttori e funzionari di Aree Protette e direttore del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi – con contributi di Renzo Moschini, curatore della collana dedicata alle aree protette delle edizioni ETS, di Giampiero Sammuri, presidente Federparchi, e di Maurilio Cipparone, portavoce dell’Unione per i Parchi e la Natura d’Italia.

“Parchi di una sola Terra, guida ragionata alla natura, alle idee, ai saperi e ai sapori dei parchi nazionali italiani” di Nino Martino, Edizioni ETS – Pisa 2010, pagg. 245, € 30,00.

Il perché è presto detto: dal mio punto di vista, scrivere oggi un libro come questo sui parchi nazionali (per di più parchi italiani), non è soltanto celebrare il valore di paesaggi e dei loro abitanti, di qualunque specie essi siano, ma è come indicare una strada da percorrere, e assumersi, allo stesso tempo, la responsabilità di iniziare il cammino. Si tratta, sempre dal mio punto di vista, di una strada particolare (che l’autore ben conosce per averla a lungo battuta) che, per raggiungere destinazioni intese non come luoghi, ma come “destino”, è lastricata di impegno: di pochi, a favore di molti. (dall’Introduzione di Maurilio Cipparone)

L’ansia della risposta a queste domande (e ad altre, più personali, che una prefazione non può citare) dura molto poco. Il tempo di scorrere un apparato iconografico – si chiama così, sono le immagini: tanto belle da essere da sole un racconto – degno di un volume di fotografia; i pochi minuti necessari a cogliere il senso di un impianto che sembra austero e invece è aperto e scorrevole; qualche minuto in più per comprendere che nella guida c’è tutto ciò che – per molti versi inconsciamente – ci aspettavamo: c’è la complessità dei parchi raccontata con la dovuta semplicità. (dal capitolo “Emozioni ‘dal di dentro’ vissute per il lettore” di Giampiero Sammuri)

Le isole del Parco sono un luogo di grande fascino, nella loro complessità e diversità. Sparse davanti a tutta la Toscana, immerse in una grande estensione di mare: una delle più vaste aree marine protette d’Europa, parte integrante, quale confine meridionale, di Pelagos, il santuario internazionale dei mammiferi marini del Mediterraneo. (da “Parchi di una sola Terra, guida ragionata alla natura, alle idee, ai saperi e ai sapori dei parchi nazionali italiani”, Introduzione all’Arcipelago Toscano)

Per quello che riguarda la parte a terra, il paesaggio dell’Arcipelago è direttamente legato a due fattori: l’isolamento e l’antica frequentazione umana. (da “Parchi di una sola Terra, guida ragionata alla natura, alle idee, ai saperi e ai sapori dei parchi nazionali italiani”, Paesaggio dell’Arcipelago Toscano)

Uno dei più famosi mammiferi dell’Arcipelago Toscano è sicuramente la capra di Montecristo, una fama dovuta praticamente solo al fascino di quest’isola preclusa al grande pubblico, più che al valore di questa popolazione largamente compromessa da introduzioni di capre domestiche in tempi recenti. Al Giglio e a Capraia è diffuso il coniglio selvatico. Ma altri sono i mammiferi introdotti dalla mano avventata dell’uomo il cui impatto è stato davvero drammatico: il cinghiale centro-europeo, infatti, è stato liberato nell’isola d’Elba negli anni ’60-’70, dopo che una caccia sfrenata aveva portato all’estinzione locale l’originale cinghiale maremmano. La provenienza dei capi liberati risulta quanto mai composita, togliendo ogni interesse zoologico alle popolazioni attualmente presenti sull’isola. La forte prolificità di questa specie, l’assenza di predatori naturali e le favorevoli condizioni bio-climatiche, hanno fatto sì che il cinghiale si sia riprodotto a dismisura, causando moltissimi danni all’agricoltura e alle opere di gestione di boschi e sentieri. Il Parco opera dai suoi primi giorni di attività per contenerne il numero con catture controllate e realizzando opere di difesa delle colture. (da “Parchi di una sola Terra, guida ragionata alla natura, alle idee, ai saperi e ai sapori dei parchi nazionali italiani”, Fauna dell’Arcipelago Toscano)

Tra tutti primeggia per qualità organolettiche l’Elba Rosso, con ottime cantine. Più sapido, come normale al mare, il vino bianco. Un consiglio, trovate un contadino amico e chiedetegli un goccio di Aleatico di casa, vedrete che è davvero ottimo. Come ottime sono alcune produzioni che si stanno affacciando sui mercati nazionali, con risultati di pregio, tanto che ci sono diversi investimenti in corso per ampliare la superficie a vigna dell’isola d’Elba. (da “Parchi di una sola Terra, guida ragionata alla natura, alle idee, ai saperi e ai sapori dei parchi nazionali italiani”, Sapori&Saperi dell’Arcipelago Toscano)

Sede:

Piazzale Zancanaro, 1 – 32032 Feltre (BL)

Tel. 0439 3328 fax 0439 332999

www.dolomitipark.itinfo@dolomitipark.it

(da “Parchi di una sola Terra, guida ragionata alla natura, alle idee, ai saperi e ai sapori dei parchi nazionali italiani”, Scheda delle Dolomiti Bellunesi)

Nell’area occidentale si depositarono fanghi carbonatici che daranno origine alla formazione dei calcari grigi, mentre, in pieno Giurassico, si verificò uno sprofondamento della Piattaforma Trentina e una lunga pausa nella sedimentazione che favorì l’accumulo di resti di organismi marini. Così si originò il rosso ammonitico inferiore. Nel Bacino Bellunese si depositarono, invece, formazioni calcaree ricche di componenti argillose o selcifere (Formazione di Soverzene e Formazione di Igne). La Piattaforma Friulana divenne, in seguito, l’unica sorgente di detriti carbonatici che si accumularono temporaneamente sui margini della scarpata per poi franare nel bacino sottostante. Si tratta di grandi frane. Si formò così il calcare del Vajont che gradualmente riempì il Bacino Bellunese sovrapponendosi al rosso ammonitico inferiore. Cessata la produzione di sabbie oolitiche, le calcareniti del Vajont vennero sostituite dai sedimenti più fini che origineranno la Formazione di Fonzaso, calcari selciferi grigio-verdastri ben visibili presso le Buse delle Vette. Alla fine del Giurassico, un nuovo rallentamento della sedimentazione, dovuta a scarsa produzione di detriti da parte della Piattaforma Friulana e all’azione delle correnti marine che spazzano il fondale, portò alla formazione del rosso ammonitico superiore, osservabili nei circhi glaciali delle Vette di Feltre, presso le malghe di Erera e Campotorondo, nel gruppo Prabello-Agnelezze e a sud dei Van de Zità. (da “Parchi di una sola Terra, guida ragionata alla natura, alle idee, ai saperi e ai sapori dei parchi nazionali italiani”, Geologia e Geomorfologia delle Dolomiti Bellunesi)

L’esperienza positiva del Parco ha favorivo un contributo decisivo per la candidatura all’Unesco, quale patrimonio culturale dell’Umanità, di tutte le Dolomiti. (da “Parchi di una sola Terra, guida ragionata alla natura, alle idee, ai saperi e ai sapori dei parchi nazionali italiani”, Le Buone Idee delle Dolomiti Bellunesi)

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